Littorina

(in foto Giorgio Di Vita)

LITTORINA (capitolo dal libro Non con un lamento. Peppino Impastato. Vertigini di Memorie di Giorgio Di Vita Navarra 2010)

di Giorgio Di Vita

Me ne sto al buio, affacciato al parapetto del terrazzo e penso a come Terrasini sia diversa in autunno con l’aria che la notte si fa pungente e mi fa desiderare di andare a rintanarmi sotto una coperta. Da bambino, quando a fine agosto il tempo cominciava a cambiare, percepivo l’avvicinarsi del giorno della partenza come se al paese la mia presenza cominciasse quasi a dare fastidio. Non parlo delle persone, mi riferisco a Terrasini, come se fosse un grande animale dal quale mi facevo portare in groppa, beato, in un mondo in cui il cielo è sempre luminoso, il mare calmo e il vento non soffia che da sud. A un certo punto mi rendevo conto che il mio grande amico stava per entrare in una regione diversa e che, per quell’anno, dovevo scivolare giù dalla sua schiena per salire su un treno che mi avrebbe riportato da dove ero venuto. E allora poteva capitare che il giorno della partenza il cielo fosse tutto un turbinio di nuvole, col maestrale che comincia a scombinare le carte in tavola alla gente, oppure che dopo i primi accenni di cambiamento il tempo si ristabilisse per un po’ facendomi sentire ancora più forte la malinconia del distacco.

Ricordo Giosuè, una sera eravamo insieme sdraiati uno accanto all’altro sulla sabbia a guardare il tramonto, e lui che, un attimo prima che il sole scompaia del tutto dietro l’orizzonte del mare, si alza e fa per andarsene.

— Che fai? Te ne vai proprio sul più bello?

— È meglio così, dammi retta, vieni via pure tu.

— Perché?

— Non va bene restare per ultimi. È meglio lasciare prima di restare soli. Si mantiene una posizione di vantaggio e non si resta a bocca asciutta.

Nelle giornate di maestrale, a Terrasini, la barriera grigio-azzurra del mare giù giù in fondo alla strada mi appariva come attraversata dal volo di una miriade di colombe bianche scompigliato anch’esso dal vento. Ricordo l’odore della legna bruciata sotto i calderoni di salsa di pomodoro, che il vento portava dalle strade o dalla campagna, e le persone animate da una ritrovata operosità, come liberate da un’oppressione. L’estate se ne andava, stivata forse dentro i grandi aerei che puntavano mete lontane in un interminabile esodo. Sarebbe arrivata, un pezzo alla volta laggiù, dopo le nuvole, nell’altra metà della Terra.

Forse quello a cui ora sto pensando era un giorno così, o forse era una di quelle volte in cui ero io a partire prima che arrivasse il maestrale a scompigliare tutto.

Sì, probabilmente era una giornata calda e luminosa. Di quelle in cui Terrasini, per l’effetto che fanno le cose che ami quando devi lasciarle, mi faceva venire i lucciconi agli occhi. Mentre gli alberi estenuati dalla siccità scorrevano veloci ai bordi della strada che mi portava alla stazione, il mare era immobile, immenso, silenzioso. Perché non aveva bisogno di sfoggiare chissà quali effetti speciali per farmi desiderare di saltare giù dalla macchina e mandare a quel paese l’orario ferroviario, i miei doveri di studente a Roma, la saggezza del “qui è tutto così perfettamente bello perché sei solo in vacanza”.

Ho sempre associato la superficie del mare, umida e scintillante, osservata da una certa distanza, alla polpa di una fetta d’anguria appena tagliata e l’associazione d’idee è sempre stata per me così immediata da superare l’evidente e incompatibile differenza di colore. Anzi, più l’anguria è rossa e zuccherina più l’immaginazione mi porta al mare, a quel mare e, forse, al mare di quel giorno.

Ma una volta alla stazione di Cinisi sono già lontano da tutto questo e aspetto rassegnato che la campanella cominci a tintinnare dalla parte giusta, quella da cui arriverà l’automotrice da Trapani, la littorina OM col muso impressionante di un lucertolone giurassico coi denti digrignati. Una sola consolazione: il treno su cui salirò a Palermo non è il lungo direttissimo per Roma, ma un’altra littorina che mi porterà fino a Vittoria, nell’estremo sud, dove c’è l’altra metà dei miei parenti. Ancora qualche giorno in Sicilia, quindi, e poi il lungo viaggio per il “Nord”.

Attendo, con la valigia tra i piedi, ma non mi aspetto di vedere spuntare un amico che mi viene a salutare.

— Ehi, Giorgio!

Mi volto, è Peppino con la sigaretta in una mano.

— Peppino!

Mi stringe forte la mano. Poi lui fa un passo indietro com’è nel suo stile, tanto riservato con gli amici quanto sfrontato e impertinente con le persone che non ama.

Gli avevo annunciato la mia partenza già il giorno prima, ma non mi aspettavo che si ricordasse l’orario del mio treno.

— Perciò parti?

— Sì, qualche giorno a Vittoria, dove c’è un altro pezzo della mia parentela siciliana e poi a Roma. Però ci rivediamo a Bologna, al convegno di settembre. Ci vieni, no?

— Ma, penso di sì, ora vediamo come organizzare la cosa, ma vorrei esserci.

— Be’, tanto continuiamo a tenerci in contatto. A Roma saranno giorni di preparativi e mi piacerebbe farvi da corrispondente.

— Sarebbe buono. Perché no? Tu frequenti l’università, no?

— Sì, praticamente immerso nelle cose che stanno succedendo. Il giorno della contestazione di Lama io c’ero, e c’ero pure durante l’occupazione e a Bologna non voglio assolutamente mancare.

— Tu, quando c’è qualche novità, piglia il telefono e chiamaci che ti mandiamo in onda in diretta.

La campanella comincia a suonare, fra poco spunterà l’automotrice fumante. Ancora qualche scambio di battute, poi il treno sbuca dalla curva oltre il passaggio a livello.

Ci stringiamo la mano. Poi Peppino mi tira leggermente a sé avvicinando la sua guancia alla mia.

— Salutiamoci con un bacio. Fai buon viaggio Giorgio.

— Ciao, a presto.

Prendo posto sul lato destro della vettura per potere salutare ancora Peppino. La littorina fa ruggire il suo motore diesel e le ruote cominciano a sferragliare sui binari; riesco a vederlo ancora qualche secondo mentre si volta per andarsene, poi la stazione esce dal mio campo visivo e la campagna e le case cominciano a scorrere sempre più veloci oltre il finestrino. Sullo sfondo il grande cane di roccia si muove, quasi impercettibilmente, ma si muove.

Fra poco il treno, continuando a ruggire e sferragliare, avrà colmato la distanza che divide la stazione di Cinisi da quella di Carini, ma non posso immaginare neppure lontanamente che sarà l’ultima volta che percorrerò quei pochi chilometri di ferrovia senza pensare a ciò che da lì a pochi mesi sarebbe accaduto, proprio su quel maledettissimo tratto di binari.

Carini, Capaci… un’altra tappa di quella via crucis che gli anni a venire avrebbero disegnato icona dopo icona, bomba dopo bomba, croce dopo croce. Stazione di Palermo Notarbartolo, la periferia di Palermo coi suoi ladroni, crocifissi con i polsi e le caviglie strette da corde robuste e sepolti nelle colate di cemento armato che negli anni sessanta hanno dato a questa periferia un aspetto moderno e “continentale”. Palermo Centrale, dove un’altra littorina mi aspetta per portarmi ancora più a sud.

E sono di nuovo dentro uno di questi lucertoloni dello stesso colore della terra cotta dal sole siciliano. Tre automotrici bifronti agganciate l’una all’altra che si guardano dritte negli occhi e tendono le piatte mani di ferro dei respingenti al termine di piccole braccia. E ansimano, rantolano, ruggiscono e sbuffano fumo nero di nafta nei tratti in salita, per poi sferragliare leggere, col diesel al minimo, nei rettilinei veloci.

La ferrovia costeggia il mare fino a Termini Imerese, poi un’ampia curva la porta velocemente verso l’interno dell’isola. La littorina continua ad alternare momenti in cui avanza a fatica, col motore a pieno regime, a momenti in cui fila veloce tra immense distese di terra bruciata, boschetti di eucalipti, rocce che sembrano uscite da una tavola di Tex disegnata da Galeppini. Mi viene in mente la canzone di Guccini in cui parla del suo mondo tra la via Emilia e il West. Be’, il mio West è qui tra le Madonie.

Un ragazzo a cavallo attraversa la campagna verso la ferrovia, poi comincia a inseguire il treno fino ad affiancarlo; agita il cappello come ho visto fare solo al cinema e, quando mi vede affacciato al finestrino ricambiare il suo saluto, si avvicina ancora galoppando fianco a fianco alla mia vettura agitando con più energia il suo cappello da cow boy. Il cavallo d’acciaio ingaggia una gara col mandriano e fa ruggire ancora il motore mentre affronta la salita su cui ora lo conducono i binari. Vedo la pianura che si allontana verso il basso come da un aereo in decollo e vedo il ragazzo, sempre più giù, che frena il cavallo e agita e agita ancora il cappello finché non scompare dietro un dente di roccia nera sormontato da fichi d’india. La ferrovia ora compie una curva interminabile tra cespugli spinosi che mi costringono a tirare dentro la testa, poi il paesaggio torna ad aprirsi e mi affaccio di nuovo. Un sibilo acuto; guardo verso l’alto cercando qualcosa che ancora non vedo, poi un enorme aereo da caccia senza contrassegni spunta da dietro le mie spalle e attraversa velocissimo il cielo in direzione dell’orizzonte che ho dritto davanti a me. Ho una buona conoscenza dei jet in dotazione nell’aeronautica militare e sono sicuro che quello non fosse italiano. Forse questa è veramente l’Amiereca.

Il viaggio è lungo: otto ore per percorrere trecento chilometri. Mi perdo in questa terra di confine che non porta da nessuna parte. Niente frontiere, solo una corsa verso il bordo estremo dell’isola, Questo pezzo di terra messa da dio davanti alla punta dello stivale, al posto giusto per essere presa a calci. Caltanissetta e si riparte, imbrunisce, ma dov’è finito il mare?

Chi soffre di mal d’auto o di mal d’aria, e se ne lamenta, non ha mai sofferto di mal di littorina. L’automotrice nei rettilinei sfrutta al massimo lo slancio garantito dalla potenza del motore e la leggerezza della struttura, ma la linea ferrata è vecchia e l’allineamento dei binari evidentemente non impeccabile, oltretutto la nafta non è inodore come l’elettricità che muove i treni da Messina a Palermo e non oltre. Così quel cocktail di vapori di nafta e beccheggio è fatale per chi ha lo stomaco debole, solo che qui non trovi il sacchetto di carta nella tasca del sedile anteriore visto che i sedili non sono allineati come negli aerei, ma uniti spalla contro spalla, e allora l’unica è andare a imbrattare le “ritirate” sperando che qualcuno non sia arrivato prima.

Si fa buio. Licata, il treno si ferma, nella notte, tra i carri merci o tra i rami dei carrubi c’è un concerto di grilli; sembra che tutto si sia fermato solo per ascoltarlo, finché non si apre lo sportello della vettura in testa al convoglio e ne scende una coppia, lui col basco nero e una valigia che sembra pesare come fosse piena di pietre, lei che lo segue mentre lui parla e parla, come per impartirle degli ordini. Il capotreno sale da quella stessa porta e la richiude con un rumore pesante, metallico. Al fischio del capostazione la littorina risponde col muggito della tromba sopra la cabina dei macchinisti e con il ruggito del motore, poi riprende velocità cercando la sua strada nel groviglio di scambi. Ancora chilometri di buio, poi le luci di Gela. Il lucertolone sguscia tra le case, sembra aver perso il suo aspetto minaccioso, intimorito dal mostro fumante della raffineria; l’aria è irrespirabile. A nessuno sta a cuore questa terra? Volete un assaggio degli effetti del colonialismo? Venite qui a vedere lo scempio e a contare i morti per malattie polmonari. I chilometri di tubi aggrovigliati su se stessi, allineati e poi ritorti e ancora svettanti in un labirinto le cui uscite sono le ciminiere con gli eterni pennacchi, bianchi nel buio notturno, illuminati da centinaia e centinaia di luci che rendono la scena allucinante, peggiore di un incubo perché da questo non ci si può svegliare.

Un’ultima corsa nella notte; la littorina adesso fila sballonzolata dai binari sconnessi come impazzita per essere quasi alla fine del suo viaggio. Mi preparo a scendere, Vittoria finalmente, penso, e mi sembra l’urlo alla fine di una battaglia. I freni stridono, le automotrici si fermano con un sussulto.

Sul marciapiede c’è Raffaele ad aspettarmi, la sua presenza mi consola: anche qui sono a casa, dopo un viaggio ai confini del mondo. Ci stringiamo la mano e ci baciamo, lui mi prende la valigia, mi precede verso l’uscita, mentre il motore OM continua a brontolare finché sento il fischio del capostazione, la tromba e lo sportello che sbatte. Allungo ancora lo sguardo verso il muso di coda della creatura grottesca che si allontana verso Modica, ha gli occhi rossi, ma non mi fa più paura come quando ero bambino.

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