LA LOTTA ALLA MAFIA (da Lotta Continua del 11/12 giugno 1978)

a cura di Giorgio Di Vita

È  passato un mese dall’assassinio di Peppino Impastato, e i compagni di Cinisi preparano un articolo che esce sul numero doppio del fine settimana di Lotta Continua, il giorno 11 giugno 1978.

Qui di seguito ne trascrivo la prima parte, circa la metà, agendo solo minimamente sulla punteggiatura.

Di queste parole, colpisce il senso di solitudine, percepito dai compagni di Peppino, rispetto alla gente di Cinisi, che delega, nei casi migliori, l’impegno diretto, promettendo tutt’al più la presenza alle manifestazioni.

Ciò che impressiona è che oggi le cose non siano cambiate, e che la gente del paese, ora come allora, si dimostri latitante, se non addirittura ostile. Certo, non hanno contribuito a migliorare il clima, le velleità di leadership all’interno del gruppo costituitosi per tenere viva la memoria di Peppino. Velleità di chi, oltretutto, non partecipò a una sola delle giornate di trasmissioni di Radio Aut. Esse hanno disgregato l’immagine di forza che un movimento di lotta a Cosa Nostra deve avere, specialmente in un paese siciliano così permeato di cultura mafiosa. Mi consola sapere, però, che coloro che scrissero sullo striscione della manifestazione del maggio 1978 a Cinisi “con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo” stiano mantenendo la loro promessa.

LA LOTTA ALLA MAFIA (da Lotta Continua del 11/12 giugno 1978)

Dopo la morte di Peppino c’è stata una risposta con le due manifestazioni a Cinisi: anche se la risposta è venuta più dalla gente di fuori che da quella del paese.

Queste manifestazioni hanno creato un’atmosfera positiva, sia nei riguardi dei compagni sia verso i proletari che si sono sentiti incoraggiati rispetto al nemico che a Cinisi è molto forte e che ha molte possibilità di conquistare il consenso con il terrore. In questa situazione, si sta avviando un processo di trasformazione all’interno dei compagni molto lento, che accumula molte difficoltà derivate da un modo di gestire la politica o in maniera individuale o restando nell’ottica minoritaria.

Questa trasformazione è indispensabile per riuscire a costruire un movimento di opinione più ampio possibile, capace di gestire questa battaglia contro la mafia.

Il modo di porsi della gente di Cinisi a un mese di distanza dall’assassinio di Peppino ha delle caratteristiche diverse.

Mentre i giovani chiedono che non cada il silenzio su questi fatti e si continui a lottare costruendo momenti di mobilitazione anche a livello regionale, in modo che chi partecipa a questa lotta non si senta isolato o abbandonato dalla indifferenza di chi ha in comune questo obiettivo di lotta, il resto del paese  ha un atteggiamento diverso, conosce benissimo le ragioni per cui Peppino è stato assassinato e mostra un atteggiamento fatalista esprimendo la rassegnazione secolare verso un nemico temuto e imbattibile, anche perché appoggiato dagli organi dello Stato.

Alcuni proletari che sono d’accordo con la lotta contro la mafia ci dicono che questa lotta tocca a noi condurla in prima persona, e che loro possono soltanto dare un contributo partecipando ai nostri comizi e ad altre iniziative, quindi facendo capire che delegano anche questa volta la lotta a poche persone.

È il tipico atteggiamento esistente da sempre: quello di non essere mai protagonisti.

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