Dal Diario di Peppino Impastato

 

a cura di Consuelo Cagnati

In una breve nota autobiografica, Peppino scrive:

Arrivai alla politica nel lontano novembre ’65, su basi puramente emozionali:
a partire cioè dalla mia esigenza di reagire ad una condizione familiare divenuta ormai insostenibile.
Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto , con connotati ideologici tipici di
una società tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo
di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione
affettiva e a compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività.
Approdai al PSIUP con rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso vuole rompere tutto e cerca protezione.
Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione,
finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile.
Erano i tempi della Rivoluzione culturale del “Che”.
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