Intervista a Marcello Faletra ex compagno di Peppino Impastato

a cura di Consuelo Cagnati

All’interno del Forum Sociale Antimafia di Cinisi 2011,
abbiamo avuto il piacere di incontrare numerosi compagni di Peppino Impastato tra cui Salvo Vitale, Andrea Bartolotta, Faro Di Maggio, la compagna femminista Marcella Stagno e molti altri. A loro abbiamo fatto alcune domande sull’ esperienza di Radio Aut e sul loro rapporto con Peppino.
Come regista, per costruire un testo teatrale, sulla scia di Ascanio Celestini, mi avvalgo della modalità delle interviste; a mio avviso le interviste debitamente sbobbinate, sono fondamentali per raccogliere il punto di vista delle persone che hanno vissuto quella esperienza. In questo modo intervistando più persone, cerco di tradire il meno possibile la realtà dei fatti in modo da restituire a livello drammaturgico, uno spettacolo teatrale il più aderente possibile alla realtà dei fatti.
Ringrazio di cuore tutti gli ex, ma anche i nuovi compagni di Peppino che ci hanno accolto con grande calore e che continuano a lottare ieri come oggi.

Qui di seguito riporto l’intevista gentilmente offerta da Marcello Faletra, ex compagno di Peppino, artista e docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Palermo. A lui ho rivolto alcune domande sul clima politico e culturale del tempo e sul rapporto tra Radio Aut e Villa Fassini.

A breve pubblicheremo le preziose testimonianze anche degli altri compagni.

1. Mi puoi descrivere il clima politico e culturale che va dal ’68 fino alla fine 
degli anni ’70?

2. Villa Fassini, prima Comune in Italia. Che cosa rappresentava per voi
e che cosa ha prodotto nel corso del tempo?

3. Quale musica ascoltavate? e quali libri?

“Non posso rispondere brevemente a questa domanda. Ciò che è accaduto in questo periodo è talmente ricco di situazioni che non possono essere riassunte se non al prezzo della non-verità o di una testimonianza decapitata.

E’ uno scenario politicamente frastagliato, culturalmente eterogeneo, socialmente molteplice. E’ stata una singolarità storica che sottoponeva la vita individuale alla pratica della sperimentazione collettiva. Musica, arte, pensiero, poesia, teatro, canzoni, concorrevano a delineare utopie, a fare della vita un gesto d’invenzione e di ribellione. Ovunque si respirava un’atmosfera in cui sembrava che il mondo dovesse cambiare… e di fatto per certi aspetti cambiava sulla spinta delle contestazioni.
Mostrare comportamenti non competitivi contraddiceva l’immagine dell’universo capitalista fondato sulla concorrenza …Il rifiuto delle forme brutali di “virilità” propagandati dalla pubblicità, l’affermazione di una sensualità e di una sensibilità del corpo, la protesta ecologica, il disprezzo per il falso eroismo delle imprese spaziali a quelle delle guerre che nel frattempo si svolgevano in Vietnam e altrove…i movimenti di liberazione delle donne…Tutto questo universo, questa moltitudine, non può essere riassunta in espressioni banali come “la generazione del ‘68” o del “’77”. Non era una rivolta generazionale, ma una rivolta contro un sistema economico, politico, religioso, educativo, mafioso, un sistema che almeno in Italia non aveva defascistizzato il paese e continuava a produrre ipocrisia e stragi…
Oggi è ben percepibile quanto siamo distanti da questo universo. Ciò che ieri con le lotte politiche e l’underground, pur nelle loro grandi diversità, costituiva un processo di ri-significazione delle relazioni, dei desideri e delle lotte sociali, oggi è passato nel massiccio processo di “individualizzazione”.
Per il tardo capitalismo degli ultimi trent’anni si è trattato di ricolonizzare le soggettività, di destituirle del loro potenziale di rivolta, per sostituire a questi processi la coazione ad agire e a trovare soluzioni biografiche di fronte a contraddizioni sistemiche, in altre parole l’“individualizzazione”, come dicono i sociologi, significa trovarsi soli di fronte al mostro neoliberista…ciò che ieri era la costruzione di una biografia o la sua radicale invenzione che accadeva con gli altri, in gruppo, è oggi una biografia “fai da te”, biografia-bricolage, separata da ogni spirito di azione collettiva contro la macchina cinica del tardo capitalismo… ciò che costituiva il potenziale di rivolte che si coagulavano nelle feste collettive – ad esempio i grandi raduni rock – da tempo sono stati ricolonizzati dal capitalismo attraverso l’industria dello spettacolo. E’ indubbio che oggi la rete eredita qualcosa di questa festa collettiva, sicuramente come requiem del politico.
E’ cosi che la “liberazione sessuale”, per fare un esempio, si è trasformata in un valore di mercato.
Dallo sfruttamento del corpo nella fabbrica si è passati allo sfruttamento del corpo come istanza di soddisfazione sessuale…e questo oggi è talmente palpabile da costituire uno degli elementi portanti della sessuopolitica della classe al potere. Il sesso è integrato nelle relazioni di lavoro come nelle relazioni pubbliche, a vantaggio naturalmente di una deerotizzazione dell’ambiente.

Il desiderio da potenziale sovversivo si man mano trasformato in un prodotto. E’ proprio negli anni Sessanta che iniziano a circolare le prime bambole sessuate. Il sesso fuori dal sesso e riproposto come relazione fantasmatica con l’oggetto.
Il Kitsch incominciava a invadere le case fino a scalzare irrimediabilmente la dimensione affettiva che l’arredo domestico – l’arredo artigianale – aveva costituito per generazioni.
Tutto questo per dire che ciò contro cui ci si opponeva, ciò contro cui ci si ribellava non erano semplicemente delle “idee”, ma già un modo pervasivo e massiccio della modernizzazione intesa non come processo di emancipazione degli individui, ma come assoggettamento dei corpi, degli affetti e della relazioni sociali.
La nozione di “controcultura” acquisisce in questo scenario tutto il suo dirompente significato.

Detto con altri termini: la questione della riappropriazione o della costruzione del sé, della liberazione dalle forme di oppressione ideologica (religiosa anche) si poneva nei termini di una verità che doveva avere un fondamento biografico e non ideologico. Insomma non aveva senso pensare “a sinistra” se non si “viveva a sinistra”. Ecco uno dei nuclei etici da cui si originano le Comuni. Occorreva fare delle scelte di vita. Perché la famiglia tradizionale, storicamente, era stata uno dei pilastri della riproduzione dell’oppressione e della società cattolico-borghese.
La famiglia che si raccoglie intorno allo schermo o al dovere della mera riproduzione biologica era ed è ancora oggi il luogo del non-incontro. In quanto mediazione sociale essa contribuisce a consolidare il potere della classe dominante favorendo una propedeutica alla violenza che è quella stessa violenza di cui si fa esperienza nella società: rancore, ostilità, invidia, gelosia, ma anche nei casi estremi violenza fisica, stupro, ecc. Le cronache di ieri e di oggi sono ricche di queste storie di violenze nate nel seno del gruppo familiare.
Stessa cosa per i “valori” di cui andava fiera la società borghese fondata sul nascente consumismo
di massa che man mano strappava le culture locali, le culture la cui antropologia era esattamente l’opposto del consumismo, per introdurle ai “valori” di “novità” e di “modernità” del supermercato, dell’oggetto inutile (il gadget) e di tutti quei feticci-oggetti e feticci-immagini che hanno colonizzato l’immaginario collettivo. Le forme funzionali e fredde dell’oggetto domestico si sono man mano sostituite alle forme calde e storicamente memoriali degli oggetti artigianali.
E’ un passaggio epocale, a tal punto che Pasolini in uno dei suoi articoli scritti per il Corriere della Sera – non se era il 1974 o 1975 – parlerà di “genocidio culturale”.
Di questo “genocidio culturale” sia i movimenti militanti sia quelli della “controcultura” ne erano in qualche modo consapevoli, ma non in modo sufficiente, perché la contraddizione di questi movimenti di fronte alla tradizione fu per certi aspetti quella che si può riassumere nel detto “buttare l’acqua sporca con tutto il bambino”.
Era davvero tutto da rifiutare il mondo del passato “arcaico”? Da un lato si era consapevoli del fatto che l’Italia non era stata del tutto defascistizzata – le stragi fasciste, i servizi segreti deviati, i tentativi di colpo di stato nel ’64 e nel ’70 , ecc. – e che l’unità d’Italia era nata dal violento contrasto tra l’arcaicità delle culture locali e il livellamento consumistico. Dall’altro era come se si fosse inseguiti da un’ansia di cambiamento che lasciava alle spalle quelle situazioni che avrebbero meritato un ripensamento.
In altre parole, questa unità – ed era un pensiero diffuso allora – non era il frutto dei valori formali del moralismo cattolico-fascista, la famiglia, la chiesa, ecc., ma era stata estorta col consumismo.
Ecco perché la famiglia come valore di mediazione fra la società e l’individuo fu presa di mira. Perché essa si basava sul modello dell’ideologia cattolica che mirava a riprodurre un sistema di valori ipocriti.
Lo scontro sociale di quegli anni va letto alla luce di questo scenario in cui le forze reazionarie del capitalismo e della chiesa cercavano in tutti i modi di determinare un mutamento complessivo della società italiana in direzione anticomunista. Le stragi fasciste di quegli anni servirono a creare le condizioni per uno stato “forte”, antidemocratico. Soltanto una caparbia resitenza culturale, di costante controinformazione, di lotte sociali fece si che questo non avvenne. Ma questo colpo di stato fu ottenuto dopo, in altro modo, senza spargimenti di sangue, in modo soft, lentamente, con la società dello spettacolo degli anni Ottanta e che arriva fino a noi.

Insomma, si trattava di inventare un’altra idea società e di famiglia che non fosse quella puritana ed ipocrita ereditata dal passato e che era conveniente mantenere sia per il Capitale che per l’ideologia cattolica. Non si trattava di essere contro la famiglia in quanto tale, cioè in quanto gruppo di sangue e di affetti, ma di costruire una nuova politica degli affetti che si svincolasse dai ricatti “affettivi” della famiglia di sangue. Occorreva liberare gli affetti dal ricatto della consanguineità per poi scoprire che si poteva essere “fratelli” con coloro che sceglievamo come tali. Radio Aut o il Circolo Musica e Cultura in fondo erano già una politica degli affetti sganciata dal nucleo di sangue. Peppino non fa altro che rinunciare alla discendenza familiare del padre che è un mafioso per contribuire a costruire una comunità dove affetti, politica e visione di una società libera dal capitalismo mafioso, si possa attuare.

Le incomprensioni fra l’idea di lotta di Peppino e la Comune di Villa Fassini rappresentata dal suo fondatore Carlo Silvestro, nasce dal fatto che già la Comune non è più tale da alcuni anni. Carlo Silvestro che la fondò nel 1969 di fatto già a partire dal 1973 la utilizzava solo come luogo di lavoro (faceva il fotografo) e di “meditazione”. Dunque la comune muore prima che nasce Radio Aut. Purtroppo si continua a indicarla come “Comune” in tutte le ricostruzioni di quei fatti con tutte le conseguenze e i pregiudizi che tutto ciò genera e che già esistevano a suo tempo.
Anche nel fortunato film “I cento passi” l’episodio che riguarda la Comune è talmente banale da costituire una visione non veritiera dell’ex Comune. E’ vero che “Villa Fassini” era conosciuta in mezza Europa come “Comune”, cosa che faceva si che piombassero gente da tutte le parti e che spesso non avevano nulla a che vedere con la stessa storia della “comune”, insomma figure di vacanzieri. Ma non si può liquidare un’esperienza singolare e anche contraddittoria (indubbiamente) dal punto di vista dell’impatto che ebbe a Terrasini, semplicemente con una visione pregiudiziale. Nell’impossibilità di raccogliere testimonianze dallo stesso Carlo Silvestro che nel frattempo si era trasferito in India, sarebbe bastato che mi si consultasse semplicemente per dare la mia versione dei fatti, non per difendere per forza “Villa Fassini”, ma almeno per fornire maggiori elementi per restituire storicamente la sua contraddittoria presenza a Terrasini.
Perché attraverso l’incomprensione tra radio Aut (e Peppino soprattutto) e Villa Fassini ciò che stava a monte era una duplice visione della contestazione, della lotta e della controcultura: quella di radio Aut basata prevalentemente – e giustamente – sulla militanza sul territorio, che metteva a fuoco il potere mafioso quale orizzonte di condizionamento di tutta la sfera sociale (ma non trascurava neanche i problemi delle donne in una cultura maschilista e mafiosa). Una militanza che implicava forti spaccature in seno alle famiglie e alle comunità di Cinisi e Terrasini, che vedevano quell’esperienza come una “deviazione” e una “follia”; d’altra parte circolava un timore diffuso governato dal massiccio condizionamento mafioso che penetrava fin nelle case, negli sguardi delle persone, nella potenza dell’occhio di “toccare” l’altro come avvertimento, come spergiuro, come sarcasmo. La solennità del silenzio a volte era sostituita dalla violenza del pregiudizio che si condensava nello sguardo o nella battuta sarcastica. Dunque un’assunzione di rischio personale, ma anche di relazioni sociali compromesse, dal momento che coloro che frequentavano Radio Aut o il circolo Musica è Cultura, erano oggetto di questi sguardi carichi di risentimento, di pregiudizio, di avvertimenti, di prese di posizioni e di quella sufficienza inconsciamente fascistoide del piccolo-borghese che non era altro che espressione di ignoranza e di chiusura.

Mentre la visione di Villa Fassini proveniva dalla cultura Underground… in sostanza la Comune era stata originariamente un segmento di Re Nudo che, com’è noto, fu tra gli artefici della sprovincializzazione musicale e culturale in Italia alla fine degli anni Sessanta. Prima “Mondo Beat” creata da Melchiorre Gerbino, poi “Pianeta Fresco” (Fernanda Pivano, Ginsberg), infine “Re Nudo” (Valcarenghi ecc.), costituirono le più significative riviste di controcultura attorno a cui si legarono movimenti pacifisti, di liberazione sessuale, di lotta anche politica e musicale, del costume in generale…Insomma era una controcultura che lavorava negli intestizi delle abitudini, andava dritto al cuore dell’antropologia delle relazioni e dei sensi, delle scelte di vita individuale, metteva in gioco una diversa percezione di sé e dell’utopia sociale che si coagulava nelle gradi feste musicali collettive, nei grandi raduni rock…
Quell’ideale di festa sposava la causa dell’utopia, fino a trasformare lo sciopero in una grandiosa azione utopica per eccellenza…azioni da cui sono nati diritti come lo statuto dei lavoratori – oggi messo pericolosamente in gioco e i cui esiti estremi sono i contratti-ricatto alla Marchionne: o accetti le mia condizioni o vado via!
Queste grandiose feste collettive, feste improduttive, (scioperi compresi) erano visti come antagonisti al Capitale, una specie di Dépense nell’accezione di Bataille…Erano manifestazioni del gioco improduttivo contro lo sfruttamento dei corpi della società capitalistica. Gli Happening in questo senso furono un preludio di questa idea di festa collettiva che univano trasversalmente fasce giovanili sotto la bandiera del pacifismo la cui posta in gioco era la politica imperialistica dei paesi occidentali e degli Stati Uniti in particolar modo, che facevano della guerra una macchina micidiale per l’industria degli armamenti.
Sotto il nome di Vietnam di fatto erano contemplate tutte le sporche guerre sparpagliate nel pianeta il cui scopo era il mantenimento di un capitalismo fondato sulla produzione di armi. E non bisogna mai dimenticare che si viveva sotto l’ombra di una possibile guerra nucleare per via delle tensioni tra i due blocchi politico-militari più potenti del mondo: Stati Uniti e Russia.

E’ in questo scenario che non è soltanto locale, ma mondiale che la musica Rock, come il Folk, divennero un collante e un medium in grado di veicolare messaggi di pace, di rivolta. La musica e le canzoni si misero dalla parte dei perdenti, dei deboli, cantarono le umiliazioni, celebrarono il desiderio di liberazione dalla putredine borghese…invitarono a sognare un mondo diverso…Cosa facevano in fondo i Doors se non urlare nel buio della sala quello che tutti noi in segreto sussurravamo nei nostri cuori: vogliamo il mondo, e lo vogliamo ORA!
Ora, in questo scenario nacque la Comune di Villa Fassini.
Si trattava di costituire micro-società alternative a quella paternalistica e bigotta dell’universo borghese. Le comuni in fondo attaccavano i tabù della società borghese, del sesso, dell’omosessualità, dell’amore, attaccavano la morale puritana quale fondamento dei comportamenti e delle scelte individuali, ecc. Il lorofallimento era dovuto al fatto che coloro che vi partecipavano spesso mettevano in gioco inconsciamente atteggiamenti piccolo-borghesi, riportavano addosso ancora una visione possessiva e infantile della gestione degli spazi comuni e delle responsabilità di fronte a compiti collettivi.
Non dobbiamo dimenticare che siamo in un periodo in cui i preti dicono nelle omelie per chi votare.

Più che guardare ad un’azione frontale di tipo politico al capitale (il partito, ecc.), l’intento delle comuni era quello di lavorare dall’interno di un sistema antropologico, entrare nei comportamenti, mettere in ridicolo i pregiudizi, porsi frontalmente nelle relazioni io-tu, io-noi per scoprire il piccolo fascista che culturalmente si annidava in questi comportamenti ritenuti “naturali” cioè ereditati e riprodotti con naturalezza, “spontaneamente”.
Ma ciò che univa sia la comune che radio Aut, tra le altre cose, era una visione anticapitalista dell’informazione, dei mass-media, lo scardinamento di ogni presunzione di obiettività dei mezzi di comunicazione ufficiali. Naturalmente con strategie diverse.

Insomma. si trattava di produrre del reale e dei soggetti non “assoggettati” a nulla.”

Annunci
Contrassegnato da tag , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: