Per rabbia, amore e sete di giustizia: c’è ancora chi dice no

 

da Pubblico giornale del 18 settembre 2012
FUORI DAGLI ANNI PIOMBATI – Per rabbia, amore e sete di giustizia: c’è ancora chi dice no
di Ascanio Celestini

 

Verso la fine degli anni Sessanta iniziava un decennio o poco più di impegno politico. Un impegno che nasceva nelle sezioni dove si stracciavano le tessere di partiti e sindacati sognando una politica nuova, un paese libero dai burocrati che erano passati indenni dal fascismo alla repubblica, dalla Democrazia Cristiana che doveva stare al potere per legge tanto da sembrare una monarchia.

Libero dallo sfruttamento sul lavoro, dalla scuola fatta di tanti banchi di contenzione rivolti verso una cattedra che era posta sulla pedana per far sembrare ancora più grande l’insegnante. Negli anni Settanta si sognava una scuola dove il sapere era condiviso e non versato dall’alto sugli scolaretti trasformati in vasi vuoti da riempire. Sono gli anni dello statuto dei lavoratori, quello che Mario Monti ha recentemente indicato come un ostacolo alla creazione di posti di lavoro, delle leggi sull’aborto e sul divorzio, fino alla 180 che ha iniziato una lenta, ma inesorabile chiusura dei manicomi-lager dove i pazienti erano così poco curati che venivano stipati per comportamento (agitati, semi-agitati, tranquilli) invece che per patologia e finivano dentro per ciò che avevano fatto (pericolosi per se o per gli altri e di pubblico scandalo) e non per ciò che soffrivano.

In quegli anni c’è stata una guerra che il potere ha combattuto con i tentati colpi di Stato e con i tanti morti nelle strade, con il sostegno alla criminalità organizzata che iniziava dall’occhio chiuso sulla speculazione edilizia alla vera e propria collusione, con il finanziamento della destra eversiva e con le stragi. E tanti hanno cominciato a pensare che il PCI non aveva il copyright sulla rivoluzione, che stava con tanti piedi in tante scarpe, nelle sezioni e nei salotti, nelle fabbriche e nei palazzi del potere. In quegli anni molti hanno pensato che il capitalismo non può essere riformato perché è un tumore. Quando il tumore trionfa, l’organismo muore. E dunque andava colpito prima che dilagasse. Migliaia furono arrestati. Arrestati in massa secondo il cosiddetto teorema Calogero «visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare». Si inventarono nuove galere e nuove tecniche di detenzione, istituiti i Kampi dell’Asinara o di Trani dove il detenuto era il camoscio in gabbia.

Davanti ai sequestri e agli attacchi al cuore dello stato si videro reazioni diverse. Moro restò solo. Mentre per Cirillo, dalle cui mani passavano i soldi della ricostruzione dopo il terremoto campano, corsero politici e industriali. Le porte delle carceri divennero girevoli e le trattative coinvolsero tutti: stato, anti-stato e para-stato. Poi l’utopia si sgretolò. Accadde un po’ alla volta o tutto insieme, ma fatto sta che ad un certo punto non stava più in piedi. Arrivò anche una grande nuvola di eroina e gli anni Ottanta furono i veri anni di piombo. Gli anni in cui si guardava tanto la televisione e poco dalla finestra.

Non era solo l’intrattenimento delle tv commerciali. Abbiamo assistito alla trasformazione della televisione. Prima era intesa come elettrodomestico, uno strumento che accendi quando decidi tu quando ne hai bisogno o quando ti fa piacere usarlo. Negli anni Ottanta è diventata essa stessa una finestra che puoi aprire o chiudere, ma sta sempre lì ad occupare una parte del muro. Sempre aperta. Magari col vetro chiuso, ma con la persiana spalancata. E se oltre la finestra succede qualcosa, ci butti un occhio. Con la differenza che attraverso la finestra vedi solo quello che accade veramente, mentre quello che ti mostra la televisione non sai più se sta succedendo davvero.

Non lo sai e non ti interessa saperlo. Linguisticamente non ha più senso nemmeno chiederselo. La notizia del telegiornale è messa accanto al balletto televisivo, condivide la musica della pubblicità, si mescola alle facce del comico e del politico. Si mescolano immagini e cose e si mischiano anche i canali. In quegli anni, guardare la televisione non significava più seguire un programma o vedersi un film. La televisione è rimasta nel suo buco, magari col vecchio centrino e la gondola che c’aveva messo sopra la nonna, ma un pezzo fondamentale di quell’elettrodomestico è comparso nella nostra mano. Il telecomando è stato una rivoluzione pari allo schermo che avevamo davanti.

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